Adesso vi racconterò di una pianta che non serve quasi a niente, ma che a me è particolarmente simpatica, già nel nome: l’ombelico di Venere. Penso che nessuno, davanti alle grazie della dea della bellezza, si sia mai soffermato più di tanto sul suo ombelico, e men che meno si sia mai messo a confrontare quella parte anatomica con la foglia dell’Umbilicus rupestris, la comunissima Crassulacea nota appunto come ombelico di Venere.
Mi è nata e cresciuta la simpatia verso questa pianta per il suo valore didattico: questa specie si trova soprattutto in luoghi aridi e nasce fissandosi nelle fessure dei muri. Il muretto a secco, così comune negli ambienti intorno alla città dove abito, la ospita immancabile. E così la si può osservare bene, senza neppure chinarsi, se ne può prendere una foglia, schiacciarla fra le dita e dimostrare la funzione del tessuto parenchimatoso, che è quello che ha il compito di immagazzinare acqua. Già, perché i muri e i muretti sono verticali, l’acqua piovana scorre via senza essere assorbita dal suolo che non c’è quasi, e quindi l’ambiente dell’ombelico di Venere è fra i più aridi, specialmente se esposto al sole. Di qui la necessità di trattenere l’acqua, esattamente come fanno le piante dei deserti.
L’ombelico di Venere, che può trovare posto ovvio nella formazione dei giardini rocciosi, in medicina popolare ha qualche uso come lenitivo, ad esempio per applicazione diretta su pelli infiammate, calli e foruncoli.