Il mio amico Gianni, che fa il farmacista, può vantarsi, a ragione, di aver contribuito a salvare un giorno la vita ad un bambino, il quale si era sentito inspiegabilmente male ed era stato trasferito con urgenza in ospedale. Al pronto soccorso, dove per caso stazionava anche Gianni per colpa di una storta, giunse un bambino con chiari segni di avvelenamento. Gianni, che in sala d’attesa si trovò a parlare con i genitori ansiosi, fu svelto a capire e ad indicare ai medici che il bambino aveva inavvertitamente ingerito dei semi di maggiociondolo: il Laburnum anagyroides, della famiglia delle Leguminosae.
In effetti, la presenza di citisina, un alcaloide tossico che provoca convulsioni dei centri vasomotori e respiratori, può causare gravi avvelenamenti, con esiti anche mortali. I semi, in particolare, sono velenosissimi, ma in realtà tutta la pianta è tossica. La medicina popolare un tempo si serviva di questa pianta, per la cura delle malattie nervose, contro l’isteria, contro l’asma e le malattie del fegato, impiegata anche come antidoto contro gli avvelenamenti da arsenico.
Che il maggiociondolo sia tanto velenoso lo sapevano anche contadini delle mie parti, in special modo i mezzadri, che risolvevano sbrigativamente il problema di fare spazio al loro orto (a cui avevano diritto) se c’era un castagno (che era del padrone) di troppo: infilavano un pezzo di legno di maggiociondolo nell’apparato radicale del castagno, e aspettavano. Chissà come, alla stagione successiva, il castagno non dava più segno di vita, e finivano per tagliarlo.
Il maggiociondolo cresce sovente nei boschi, nelle radure e nei prati anche sassosi sino ai 1200 m di quota, in buona parte dell’Europa centrale ed orientale. Ad altitudini maggiori (come sulle Alpi) è sostituito dal maggiociondolo alpino (Laburnum alpinum), che si distingue per l’assenza di peluria sulla pagina inferiore della foglia, ma ha la medesima velenosità, e fiorisce a giugno.