Ho un amico che ha scelto di fare viaggi da turismo sostenibile: non sono necessariamente prove di sopravvivenza, e neppure ascetiche rinunce ad un buon pasto o ad un buon letto. Piuttosto, lui preferisce porre attenzione verso le culture del posto, alle tradizioni, alle economie locali (certamente molto più ecocompatibili delle nostre...). In una di queste occasioni, mi ha raccontato di aver assisitito alla raccolta ed alla lavorazione dei frutti dell’argan, l’albero che oggi, nel mondo, è ormai diventato sinonimo di Marocco.
Sui sistemi produzione dell’olio di argan, i dépliants turistici sono piuttosto reticenti, e in genere omettono di dire che il metodo migliore sarebbe quello di far mangiare i frutti dell’argan dalle capre, recuperando poi il prodotto dai loro escrementi: i succhi digestivi delle capre “lavorano” sulla noce, ammorbidendola e apprestandola per la macinazione. Dalla noce dell’argan, con un processo laborioso, capace di durare anche 15 ore, si ottiene un olio a bassissima resa (100 kg di noci per avere un litro), ma dalle caratteristiche eccezionali: con più dell’80% di acidi grassi, l’olio ha azione benefica su disturbi reumatici e cardiovascolari, fegato e digestione, e capacità cerebrali (aumenta l’ossigenazione cellulare); ed è oggi rinomato in dermatologia grazie all’elevato contenuto di vitamina E (il doppio che nell’olio di oliva), fondamentale nel trattamento della cute.
La popolazione berbera dell’Atlante ha sempre usato questo olio in due diverse tipologie, tostando o meno i noccioli prima della estrazione. L’olio cosmetico, più chiaro, si applica sulla pelle e sul cuoio capelluto. L’olio alimentare, più scuro e saporito, è usato nella cucina berbera in dosi minime per aromatizzare la semola di cuscus, le carni stufate o semplicemente il pane.
L’argan è pianta di zone subdesertiche, tipiche del settore SW del Marocco (che ne è quasi l’unico produttore), con sconfinamenti in Saharawi.
Oggi le nostre farmacie e parafarmacie e persino i supermercati sono piene di prodotti cosmetici a base di argan, al punto da farmi riflettere sulla veridicità di un articolo del 2007, che segnalava l’argan come in pericolo di estinzione… ma poi è venuto quel mio amico, e mi ha raccontato come i paesini del Marocco siano in grado di produrre il loro olio di argan in modo sostenibile. Mi sono tranquillizzato.