Spesso, sulle riviste che fingono di essere scientifiche, si parla della depressione come “il male del secolo”, e amenità del genere (e spesso quegli articoli – chissà perché – si concludono con consigli medici del tipo “provate questo mio nuovo farmaco, che vi passa tutto”). La depressione non è il male del secolo, per capirlo basta scorrere le biografie di certi personaggi storici di epoca romana o medievale. Ma almeno, durante il Rinascimento, per combattere gli stati depressivi in Europa si era trovato un rimedio sicuro: bere infusi di un’erba chiamata panace, che noi botanici conosciamo come Heracleum sphondylium.
“Panace” è termine greco per dire “ogni male”. E in effetti, in passato, questa Ombrellifera ha rivestito un grande interesse, non solo in campo medico. Nell'antico Egitto, l’infuso della radice e delle foglie era indicato per combattere impotenza e frigidità. In essenza, il panace rientrava nella composizione di famose creme e profumi dell’epoca, quali l’“Amarkinon” e l’“Unguento reale”.
Il panace è comune nei prati umidi, pingui e concimati, in radure e in luoghi ombrosi, al margine dei boschi; è specie presente in Europa, Asia occidentale e Nordafrica.
Il successo del panace è oggi minore che in passato, quando veniva usato sia in medicina, che in profumeria che in alimentazione. In campo medico, oggi si riconosce a questa specie aromatica funzioni ipotensive, antispasmodiche, sedative contro la tosse ed espettoranti, e di aiuto alla digestione.
Fino al 18° secolo le foglie vennero usate in Polonia come sia in insalata cruda o cotta, e come ingrediente per le loro famose zuppe fermentate “barszcz”. Dai semi macerati in alcool è possibile ottenere una acquavite, dal gusto gradevole, oppure una birra, detta anch’essa “bartsch” come la zuppa.
Può darsi per merito della zuppa, o forse ancor più della birra e del liquore, ma qualcosa mi dice che così, con il panace, la depressione passa…