In casa mia, da bambino, l’aglio era poco accettato (mio padre sosteneva che gli “ritornasse su”) e quindi la cipolla era l’unico ripiego per la cucina di mia madre, ma sempre da usare con moderazione. Poi un giorno in quella televisione degli anni Sessanta (durante una sorta di food show come oggi ne esistono tanti), ho visto il grande attore Ugo Tognazzi, nella sua veste di gastronomo, sostenere con puntiglio che, per il piatto che stava preparando, non ci voleva assolutamente la cipolla, ma era obbligatorio invece lo scalogno. Fu quella la prima volta che seppi dello scalogno, che in botanica fa Allium ascalonicum. In casa mia non si era mai visto.
Anche se mai definitivamente accertata, l’origine dello scalogno sembra essere colturale: all’inizio dell’era cristiana, qualcuno si è preso la briga di selezionare alcune cipolle (Allium cepa), privilegiando quelle dal sapore meno aggressivo, non così forte da coprire gli altri gusti, e contemporaneamente quelle che tendevano ad avere un bulbo composto, quindi più facilmente sporzionabile. Sono queste le due principali caratteristiche dello scalogno, oggi in via definitiva chiamato dai botanici Allium ascalonicum, ma che ancora potete trovare su qualche testo Allium cepa var. aggregatum (famiglia Alliaceae).
Come sosteneva Ugo Tognazzi in quella trasmissione ancora in bianco e nero, i bulbi dello scalogno hanno un gusto più morbido e meno aggressivo di quelli della cipolla; è un condimento comune nella cucina francese (è il loro “echalote”) e di altri Paesi del Centro Europa, così come dell’Oriente. Se ne fanno anche marmellate, senapi e salse. Si possono cucinare anche i giovani fusti, tagliati come si fa con il cipollotto (Allium fistulosum).