Chioma slanciata, eretta, abbastanza regolare, molto scura, con ramificazioni orizzontali; corteccia a squame piuttosto grosse e irregolari, con sfumature nerastre (mai brune né rossastre). Foglie aghiformi a coppie, lineari o parzialmente incurvate, a ciuffi densi. Fiori maschili piccoli e giallo intenso, fiori femminili poco appariscenti. Frutti (pigne) di cm 5-8, più allungate rispetto ad altre specie, verdi bruno nel primo anno poi bruno scure a maturità. Queste sono le caratteristiche distintive del pino nero, il Pinus nigra, una Conifera largamente diffusa sulle montagne dell’Europa centro-orientale, a clima invernale rigido e estivo piovoso, dove predilige terreni calcarei.
È dunque partito dai monti della Carinzia ed oggi lo troviamo in impianti artificiali (spesso anche troppo fitti, poco curati o addirittura abbandonati) a quote fra i 500 m e i 2000 m, ben al di fuori del suo areale di origine (abbonda ad esempio nell’Appennino ligure orientale, in formazioni “vista mare”…).
Per queste ragioni viene attaccato di frequente dalla processionaria del pino (il lepidottero Thaumetopoea pityocampa); nelle zone di origine del Centro Europa montano la convivenza fra parassita e albero ospitante era equilibrata, ma l’equilibrio si è rotto nelle zone più mediterranee di rimboschimento; il parassita si è propagato dal pino nero ad altre specie di pino (pino marittimo, silvestre, d’Aleppo), con gravi danni al patrrimonio boschivo.
Sinceramente, quando un naturalista vede quei vecchi e malandati impianti a pino nero voluti dal Fascismo per ragioni autarchiche, ed anche dopo, senza mai pensare agli equilibri ecologici, qualche maledizione… fra sé e sé… insomma…