Si comprende bene come, per i commercianti italiani, il nashi sia spacciato anche come pera-mela: basta dare un morso a questo frutto di origine esotica, per ritrovarsi una sensazione ibrida, a metà fra una mela e una pera. La forma quasi sferica e la consistenza croccante della polpa di questo frutto ricordano più la mela; la buccia appena ruvida, in genere di un color bronzo chiaro, e la notevole succosità, ricordano più la pera.
Botanicamente, il nashi è una pera: Pyrus pyrifolia, dunque famiglia delle Rosaceae, sottofamiglia Amygdaloideae. Per i nostri gusti, il nashi è poco dolce, ma nei suoi luoghi di origine è consumato soprattutto quale frutto dissetante. E i suoi luoghi di origine, dove questo frutto era apprezzato già diversi secoli prima di Cristo, sono le zone della Cina centrale e meridionale, e le aree attigue dell’Indocina. Qui il nashi è chiamato in lingua locale “li”, mentre “nashi” è termine giapponese che significa appunto “pera”.
Il nashi ebbe un lampo di notorietà in California a cavallo del 1900, quando fu introdotto e quindi coltivato da minatori cinesi impegnati nella corsa all’oro. Verso la fine del XX secolo si iniziò a mettere in coltura anche in Europa. E adesso che compare sulle bancarelle dei nostri fruttivendoli, lo stiamo imparando a conoscere anche noi.