Uno dei primi impatti con la sorprendente varietà dei frutti tropicali l’ho avuto in Australia, quando al mercatino rionale di Maryborough mi vennero offerti i biscotti alla chirimoya fatti in casa; allora la chirimoya mi era abbastanza ignota, ma non molto tempo dopo me la ritrovai di nuovo in Cile, la regione andina di cui in effetti questa Annonacea è originaria, e in tante altre parti del mondo dal clima caldo. Libereso Guglielmi poi un giorno mi regalò dei semi di chirimoya, che venivano direttamente dal suo magico giardino di Sanremo (un giorno vi racconterò perché “magico”).
Forse da noi la cherimoya non ha ancora avuto il successo che si merita, perché il frutto si degrada rapidamente e non si conserva a lungo, al contrario degli onnipresenti ananas e delle abusate banane. Eppure, per chi lo apprezza, questo frutto potrebbe avere un buon successo sulle nostre tavole, grazie alla polpa bianca, cremosa, dal sapore a metà fra l'ananas e lo fragola, molto digeribile, quindi consigliabile a chiunque.
La chirimoja viene dagli altopiani delle Ande, specialmente di Ecuador e Peru, sopra i 1400 m di quota; oggi è coltivata anche altrove sulle Ande, in Sudafrica e in California.
Per chi riesce a trovarla sugli scaffali dei fruttivendoli, diciamo che la chirimoja è il classico frutto da dessert, da mangiare fresco al cucchiaio, al massimo con qualche goccia di lime o limone. Può finire nelle macedonie, ma anche in sorbetti e gelati, creme spalmabili e yoghurt. Il suo succo diventa una bevanda da consumare fresca oppure da lasciar fermentare in alcool. Ha un alto contenuto di zuccheri, di sali minerali (ferro, calcio, fosforo) e di altre sostanze utili (riboflavina, niacina, tiamina) ma piuttosto basso in vitamina A.