Piante in viaggio

 

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TUMBO: L’ornitorinco del regno vegetale

Non c’è botanico che non sogni di fare un viaggio in Namibia solo per vedere una delle pianta più curiose e affascinanti dell’universo vegetale. Quando seppi che il mio amico Ermanno era appena stato in quella che un tempo si chiamava “Africa del Sud-ovest”, gli chiesi subito: “l’hai vista?”

Mi riferivo ovviamente alla Welwitschia mirabilis, la pianta più strana del regno vegetale, al punto che Darwin stesso la paragonò all’ornitorinco, quello scherzo di natura col becco e le zampe da uccello e la pelliccia da mammifero, che fa le uova ma poi allatta i piccoli.

Cerchiamo di capire perché la Welwitschia mirabilis, che gli indigeni chiamano tumbo, è così eccezionale.

Tanto per cominciare è l’unico rappresentante del suo genere, della sua famiglia e del suo ordine, quello delle Welwitschiales, inserito fra le Gimnosperme, al pari delle Conifere. In teoria è un albero, anche se non lo sembra affatto. Da un corpo centrale (a definirlo tronco ci vuole coraggio), alto pochi cm, ma largo anche più di un metro, si dipartono, rasoterra, due foglie nastriformi lunghissime, fino ad oltre 5 m. Quindi, già il tronco sembra più che altro una ceppaia tagliata (e “tumbo” nei dialetti angolani sta proprio per “ceppo”), ma la sorpresa maggiore ci viene dalle foglie, che non crescono in punta come in tutti gli altri vegetali, ma alla base: in pratica la parte nuova della lamina fogliare è quella che sta vicino al centro, mentre quella più vecchia, terminale, si decompone progressivamente, sfilacciandosi al vento e perdendo il colore verde. Possiamo affermare che le foglie del tumbo, con questa loro maniera così unica di crescere, sono in qualche modo eterne. Se ne sono accorti i Boeri, che nella loro antica lingua fiamminga chiamano il tumbo “tweeblaarkanniedood”, letteralmente “due foglie non possono morire”.

I fiori e i piccoli frutti, che gli indigeni mangiano, compaiono al bordo del tronco, appena prima della base fogliare. Si mangia anche il midollo interno al ceppo, crudo o cotto nella cenere, motivo per cui la popolazione locale degli Herero si riferisce al tumbo come alla “cipolla del deserto”.

E c’è un’altra particolarità che rende eccezionale questa pianta: la funzione di assorbimento dell’acqua è svolta più dalle foglie che dall’apparato radicale (il quale, anche se molto sviluppato, è utile solo a ricavare i sali minerali necessari alla materia vivente). Potremmo quasi dire che la Welwitschia si nutre di nebbia: in quelle zone desertiche dalla notevolissima escursione termica giornaliera sono invece ricorrenti e frequenti le nebbie, generate dalla condensazione atmosferica, delle correnti di aria provenienti dal mare, che si spingono molti chilometri verso l’interno.

Nel 1862, l’esploratore e botanico austriaco Friedrich Welwitsch inviò un esemplare di Welwitschia al Kew garden, denominandolo Tumboa; si occupò della classificazione della nuova specie lo stesso Hooker, che peraltro annotò: “si tratta della più straordinaria pianta mai introdotta nel mio Paese, e una delle più brutte”, e comunque ne cambiò il nome in Welwitschia mirabilis, omaggiando così il suo collega.

Non è vero dunque che dal deserto della Namibia gli esemplari di Welwitschia non si sono mai mossi. Due piante di tumbo hanno viaggiato fino a noi, e sin dal tempo dei Borboni si trovano a Napoli, acclimatate tuttora nell’orto botanico della Reggia di Portici.

Concludo: Ermanno l’aveva vista nel suo ambiente, si era fatto organizzare una spedizione apposta per andarla a vedere, gli era costato tre giorni di permanenza in più, ma adesso poteva raccontare di avere incontrato l’ornitorinco del regno vegetale.

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