Piante in viaggio

 

 Bandiere nel piatto

 

Dal falò del mandriano alle pasticcerie dell’Impero (1)

Cucine d’Europa: la cucina ungherese (prima parte)

Posizionata quasi al centro dell’Europa, l’Ungheria non riesce a vantare una cucina fondata su ingredienti originali del proprio territorio, fra l’altro piatto e piuttosto omogeneo sul piano climatico. Ma è stata viceversa capace di fondere, nelle sue ricette, il sapere gastronomico dei popoli che l’hanno attraversata (e dominata: i Turchi ci sono rimasti per 150 anni), e governata (si pensi alla influenza dell’Impero austro-ungarico). Ed esistono anche tracce delle tradizioni nomadi risalenti all’epoca di Attila, la cui diretta eredità è la stessa lingua ungherese, per nulla affine agli altri idiomi europei.

Alla stregua di quei popoli nomadi, allevatori di bestiame, che percorrevano le steppe ungheresi (le “pusztas”) ancora oggi sopravvive la maniera di preparare certe zuppe: il “goulasch”, il più famoso piatto magiaro (che si scrive anche “gulyás” o “goulasc”), nasce infatti come una sorta di minestra densa a base di carne, cotta in un grande paiolo, il “bogràcs”, facilmente trasportabile e appeso sul falò dell’accampamento. E il “goulasch”, che sta appunto per “zuppa del mandriano”, solo dalla fine del Diciottesimo secolo entrò nel menu degli Ungheresi “stanziali”, sempre meno pastori e sempre più agricoltori, cittadini e commercianti.

Fu probabilmente a quell’epoca che si aggiunsero al goulasch due ingredienti fondamentali: il primo è la patata (Solanum tuberosum), lessata e fatta cuocere a cubetti insieme alla carne, probabilmente in sostituzione della rapa (Brassica rapa), come avvenne in tante altre ricette europee dopo la scoperta dell’America; e il secondo è la più famosa spezia ungherese, la paprika, o paprica, che altro non è che la variante magiara del condimento con il peperoncino (Capsicum annuum). Gli altri ingredienti del goulasch sono le cipolle (Allium cepa) affermatesi in Europa da lunga data, e le carote, risultato relativamente recente di una domesticazione della carota selvatica (Daucus carota).

Un poco diverso è invece lo “székelygulyás”, uno spezzatino di maiale con panna acida, paprica e crauti.

Non esiste un unico peperoncino apposta per la paprica, ma se ne usano viceversa molti, fra le varietà infinite che questa Solanacea americana ci propone, e in genere le più dolci, col risultato che esistono tanti tipi di paprica; nella sola Ungheria se ne contano almeno una decina. Ogni peperoncino viene fatto seccare, liberato dalla parte interna bianca, macinato insieme agli altri e servito in polvere. La paprica ha un gusto delicato, non eccessivamente piccante, dolciastro, con un tocco di amaro e di affumicato insieme.

Se vi piacciono i piatti a base di paprica rossa, vi consiglio di assaggiare il “pörkölt”, una specie di spezzatino di maiale, a volte sostituito da pollo o manzo, dove domina sempre la cipolla tagliata a pezzetti; oppure scegliete la “halászlé” (zuppa di pesce), o il “paprikáscsirke” (pollo alla paprika). Se siete vegetariani, potete dirigere il vostro appetito sui funghi alla paprica (“gombapaprikás”) o sulle patate alla paprica (“lángos”), cucinate rigorosamente con la buccia, con aggiunta di farina, latte, zucchero e olio di girasole. Ovviamente l’olio di oliva non c’è, e come unto di cottura una volta si usava lo strutto di maiale, ma i tempi sono un po’ cambiati, ed oggi si preferisce il più sano olio di girasole (Helianthus annuus).

(fine prima parte).

(vai alla seconda parte)

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